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La lingua latina è una lingua indoeuropea e in quanto tale, parente del celtico e del germanico e, alla lontana, del sanscrito; essa si interpone tra quelle lingue che sono definite "italiche": infatti la sua struttura linguistica è simile a quella del sabino, dell'osco-umbro, dell'etrusco, soltanto per alcune parole di scambio reciproco, e del greco (per quanto riguarda il greco, s'intende la Magna Graecia, che, richiamandosi a S. Mazzarino, può essere ben introdotta nella koinh& italica). Il primo periodo del latino è un continuo movimento linguistico: le guerre di difesa e le varie dominazioni (si pensi alla dominazione etrusca dei Tarquinii) hanno mutato la lingua introducendo nuove parole non strettamente latine nel vocabolario. Nel III secolo a.C. il latino subì una crisi di grande portata, che rivoluzionò la lingua completamente, tanto che in pochi decenni non si riusciva più a comprendere un testo scritto poco prima. In questo periodo il latino venne a contatto con la lingua gallica, con l'osco dei Sanniti, con il greco di Tarentum e con il mondo etrusco, ormai dominato e piegato alla volontà di Roma. Fu, tuttavia, la presa di Tarentum che più di ogni altra cosa condizionò la lingua latina: infatti la cattura della città comportò l'ingresso di molti greci a Roma come schiavi, tra cui Liuius Andronicus che iniziò la letteratura latina (241 a.C.). Il latino nel tempo subì ulteriori cambiamenti, di cui i principali sono quello del II secolo d.C. e del IV secolo d.C. Nell'età regia la lingua latina è composta da tre componenti principali: dal latino stesso, dal sabino e dall'etrusco, questi ultimi in minore parte rispetto alla prima componente. Esempi dell'influenza nella memoria romana sono il 'ratto delle sabine' ed i re etruschi; linguisticamente le prove si trovano nelle parole stesse: palatum, histrio, populus, spurius, taberna sono di origine etrusca; bos, lupus, consilium, lingua di origine sabina. Il nome della città stessa è di incerta etimologia, infatti, esso può essere collegato sia al nome etrusco del Tevere, Rumon, sia, alla parola latina ruma, mammella. Personalmente tendo per la seconda, infatti, molte sono le prove che collegano Roma alla ruma: la parola presenta una natura religiosa, ruma è collegabile alla mammella della dea Tellus e di Fauna\Rumina, divinità essenziali della religione latina. Nel III secolo la lingua subì la crisi già detta, con modificazioni totali: la desinenza del dativo dei nomi con tema in -o passa da -oi ad -o; il dittongo del genitivo singolare dei temi in -a si muta da -ai ad -ae; nasce l'uso di raccogliere le coniugazioni nei quattro generi; sono introdotte molte parole di origine greca, come oleum, amurca, macina e molte altre mutazioni. E' notevole ricordare che è proprio questo il periodo di Appius Claudius Caecus, noto politico ed erudito a cui vengono fatte risalire molte riforme al livello linguistico come per esempio la trasformazione da -ai ad -ae. Si sviluppa la prima forma poetica latina basata sul saturnio, che si arricchì di elementi classici e resistette all'introduzione dell'esametro. L'accento che prima era prevalentemente sulla prima sillaba, come gli italici, mutò secondo la regola della penultima. Iniziò inoltre a formarsi un linguaggio specifico per la religione e per il diritto, nascono i primi carmina popularia, triumphalia, nuptialia, le laudationes funebres, le neniae ed in teatro le prime opere fescennine ed atellane. Il più antico testo che abbiamo è quello del Lapis Niger che la tradizione vuole porti alla tomba di Romulus; dopo la lapide abbiamo la cista Ficoroni e le leges regiae, anche se tramandate in epoca posteriore. Nel secolo VI abbiamo il vaso di Duenos. Dal III secolo in poi, con la crisi linguistica sopra detta, nascono i testi di letteratura vera e propria, con l'introduzione di termini complessi e di origine volgare; la sintassi comincia ad avere l'armonia classica come la consecutio temporis. Durante l'età cesariana la concinnitas è altissima, anche se sopravvive la grafia più arcaica, così che abbiamo sia infimus sia infumus, come ben testimonia Sallustius Crispus con la sua variatio. Il lessico si arricchisce ancora di termini provenienti dalla Grecia, ma anche con l'introduzione di nuovi termini latini per poter toccare qualsiasi argomento. Si sviluppa insomma una lingua che deve essere comune per tutto l'impero della repubblica e assimilabile da tutti i popoli, come testimonia C. Iulius Caesar con il suo latino universale. La lingua latina, durante il principato, si estende in tutte le province e regioni sia con le scuole sia con l'amministrazione stessa della provincia sia per richiesta stessa degli abitanti, creando così numerosi dialetti locali, che introducono nel latino i propri termini. Si sviluppano così due vie per la lingua latina: una retorica e una volgare, destinata ad influenzare la letteratura ed a prendere il sopravvento come ci ricorda Petronius nel suo Satyricon, che abbonda di termini quotidiani. Durante il tardo principato cominciarono le inclinazioni regionali, destinate a caratterizzare le lingue romanze: in Gallia si rafforzò l'uso della s nel plurale; la nascente chiesa Cristiana, che preferiva l'uso del linguaggio quotidiano a quello retorico, incise notevolmente sulla storia della lingua, poiché abbandonò il latino aulico appoggiando le parlate dialettali. Vi furono inoltre i cambiamenti linguistici che ancora oggi caratterizzano le lingue romanze: aumentò l'uso del pronome personale, del quod ed un verbo finito rispetto all'infinito con accusativo.
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